Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/40

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CANTI Dafne o la mesta Filli, o di Olimene pianger credè la sconsolata prole quel che sommerse in Eridano il sole. Né dell’umano affanno, rigide balze, i luttuosi accenti voi negletti ferir mentre le vostre paurose latebre Eco solinga, non vano error de’ venti, ma di ninfa abitò misero spirto, cui grave amor, cui duro fato escluse delle tenere membra. Ella per grotte, per nudi scogli e desolati alberghi, le non ignote ambasce e l’alte e rotte nostre querele al curvo etra insegnava. E te d’umani eventi disse la fama esperto, musico augel che tra chiomato bosco or vieni il rinascente anno cantando, e lamentar nell’alto ozio de’ campi, all’aer muto e fosco, antichi danni e scellerato scorno, e d’ira e di pietà pallido il giorno. Ma non cognato al nostro il gener tuo; quelle tue varie note dolor non forma, e te di colpa ignudo, men caro assai la bruna valle asconde. Ahi ahi, poscia che vote son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono per l’atre nubi e le montagne errando, gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro in freddo orror dissolve; e poi ch’estrano il suol nativo, e di sua prole ignaro le meste anime educa; tu le cure infelici e i fati indegni VII. ALLA