Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/47

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CANTO DI SAFFO 41 vile, o natura, e grave ospite addetta, 25 e dispregiata amante, alle vezzose tue forme il core e le pupille invano supplichevole intendo. A me non ride l’aprico margo, e dall’eterea porta il mattutino albor; me non il canto 30 de’ colorati augelli, e non de’ faggi il murmure saluta: e dove all’ombra degl’ inchinati salici dispiega candido rivo il puro seno, al mio lubrico piè le flessuose linfe 35 disdegnando sottragge, e preme in fuga l’odorate spiagge. Qual fallo mai, qual si nefando eccesso macchiommi anzi il natale, onde si torvo il ciel mi fosse e di fortuna il volto? 40 in che peccai bambina, allor che ignara di misfatto è la vita, onde poi scemo di giovanezza, e disfiorato, al fuso dell’ indomita Parca si volvesse il ferrigno mio stame? Incaute voci 45 spande il tuo labbro: i destinati eventi move arcano consiglio. Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor. Negletta prole nascemmo al pianto, e la ragione in grembo de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme 50 de’più verd’anni! Alle sembianze il Padre, alle amene sembianze eterno regno diè nelle genti; e per virili imprese, per dotta lira o canto, virtù non luce in disadorno ammanto. 55 Morremo. Il velo indegno a terra sparto, rifuggirà l’ignudo animo a Dite, e il crudo fallo emenderà del cieco