Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/97

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XXIII. CANTO NOTTURNO smisurata e superba, e dell’innumerabile famiglia; poi di tanto adoprar, di tanti moti d’ogni celeste, ogni terrena cosa, girando senza posa, per tornar sempre là donde son mosse ; uso alcuno, alcun frutto indovinar non so. Ma tu per certo, giovinetta immortai, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, che dell'esser mio frale, qualche bene o contento avrà fors’altri; a me la vita è male. O greggia mia che posi, oh te beata, che la miseria tua, credo, non sai ! Quanta invidia ti porto! Non sol perché d’affanno quasi libera vai ; ch’ogni stento, ogni danno, ogni estremo timor subito scordi ; ma più perché giammai tedio non provi Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe, tu se’ queta e contenta; e gran parte dell’anno senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra e un fastidio m’ingombra la mente, ed uno spron quasi mi punge si che, sedendo, più che mai son lunge da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, e non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto, non so già dir; ma fortunata sei.