Pagina:Leopardi, Giacomo – Operette morali, 1928 – BEIC 1857808.djvu/49

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dialogo della natura e di un'anima 43


descritti da molti, e da altri mandati a memoria con grande studio, gli accidenti della sua vita; e in ultimo, tutto il mondo civile sará pieno del nome suo. Eccetto se dalla malignitá della fortuna o dalla soprabbondanza medesima delle tue facoltá, non sarai stata perpetuamente impedita di mostrare agli uomini alcun proporzionato segno del tuo valore; di che non sono mancati per veritá molti esempi, noti a me sola ed al fato.

Anima. Madre mia, non ostante l’essere ancora priva delle altre cognizioni, io sento tuttavia che il maggiore, anzi il solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicitá. E posto che io sia capace di quel della gloria, certo non altrimenti posso appetire questo non so se io mi dica male o bene, se non solamente come felicitá, o come utile ad acquistarla. Ora, secondo le tue parole, l’eccellenza della quale tu m’hai dotata ben potrá essere o di bisogno o di profitto al conseguimento della gloria; ma non però mena alla beatitudine, anzi tira violentemente all’infelicitá. Né pure alla stessa gloria è credibile che mi conduca innanzi alla morte; sopraggiunta la quale, che utile o che diletto mi potrá pervenire dai maggiori beni del mondo? E per ultimo, può facilmente accadere, come tu dici, che questa sí ritrosa gloria, prezzo di tanta infelicitá, non mi venga ottenuta in maniera alcuna, eziandio dopo la morte. Di modo che dalle tue stesse parole io conchiudo che tu, in luogo di amarmi singolarmente, come affermavi a principio, mi abbi piuttosto in ira e malevolenza maggiore che non mi avranno gli uomini e la fortuna mentre sarò nel mondo; poiché non hai dubitato di farmi cosí calamitoso dono come è cotesta eccellenza che tu mi vanti. La quale sará l’uno dei principali ostacoli che mi vieteranno di giungere al mio solo intento, cioè alla beatitudine.

Natura. Figliuola mia, tutte le anime degli uomini, come io ti diceva, sono assegnate in preda all’infelicitá, senza mia colpa. Ma nell’universale miseria della condizione umana, e nell’infinita vanitá di ogni suo diletto e vantaggio, la gloria è giudicata dalla miglior parte degli uomini il maggior bene che sia concesso ai mortali, e il piú degno oggetto che questi