Pagina:Leopardi, Giacomo – Operette morali, 1928 – BEIC 1857808.djvu/62

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56 operette morali


Prometeo. Dici tu da senno? mangi tu la tua carne propria?

Selvaggio. La mia propria no, ma ben quella di costui; che per questo solo uso io l’ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo.

Prometeo. Per uso di mangiartelo?

Selvaggio. Che maraviglia? E la madre ancora, che giá non debbe esser buona da fare altri figliuoli, penso di mangiarla presto.

Momo. Come si mangia la gallina, dopo mangiate le uova.

Selvaggio. E l’altre donne che io tengo, come sieno fatte inutili a partorire, le mangerò similmente. E questi miei schiavi che vedete, forse che li terrei vivi, se non fosse per avere di quando in quando de’ loro figliuoli, e mangiarli? Ma invecchiati che saranno, io me li mangerò anche loro a uno a uno, se io campo17.

Prometeo. Dimmi: cotesti schiavi sono della tua nazione medesima, o di qualche altra?

Selvaggio. D’un’altra.

Prometeo. Molto lontana di qua?

Selvaggio. Lontanissima; tanto che tra le loro case e le nostre, ci correva un rigagnolo.

E additando un collicello, soggiunse; — Ecco lá il sito dov’ella era; ma i nostri l’hanno distrutta18. — In questo parve a Prometeo che non so quanti di coloro lo stessero mirando con una cotal guardatura amorevole, come è quella che fa il gatto al topo: sicché, per non essere mangiato dalle sue proprie fatture, si levò subito a volo; e seco similmente Momo: e fu tanto il timore che ebbero l’uno e l’altro che, nel partirsi, corruppero i cibi dei barbari con quella sorta d’immondizia che le arpie sgorgarono per invidia sulle mense troiane. Ma coloro, piú famelici e meno schivi de’ compagni di Enea, seguitarono il loro pasto; e Prometeo, malissimo soddisfatto del mondo nuovo, si volse incontanente al piú vecchio, voglio dire all’Asia; e, trascorso quasi in un subito l’intervallo che è tra le nuove e le antiche Indie, scesero ambedue presso ad Agra in un campo pieno d’infinito popolo, adunato intorno a una fossa colma