Pagina:Leopardi, Giacomo – Pensieri, Moralisti greci, 1932 – BEIC 1858513.djvu/127

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PREAMBOLO DEL VOLGARIZZATORE

A leggere i buoni libri moderni volgarizzati dalle lingue straniere, solo che il volgarizzamento abbia fedeltá e chiarezza, si prova per lo piú quello stesso diletto, o poco minore, che a leggere quei medesimi libri nelle lingue loro proprie. Ma nei volgarizzamenti che abbiamo, o che vengono giornalmente in luce, di buone e classiche scritture antiche, non solo non si prova diletto uguale a quello che danno le medesime opere, leggendole nelle lingue loro, ma né anco si sente diletto alcuno, anzi in quella vece un tedio infinito, eccetto al piú in materie di storia e in poche altre simili. La cagione di questa differenza si è che nelle opere moderne lo stile è cosa piccolissima o niente, nelle antiche è grandissima parte o il tutto. Diceva Isocrate che «nei ragionamenti degl’instituti e degli offici, non sono da cercare le novitá, perché nulla vi si può trovare d’inaspettato né d’incredibile né d’insolito; ma quello è da riputare di cotali scritti il piú bello, nel quale sieno raccolti in sulla materia la piú parte dei concetti che erano dispersi nelle menti degli uomini, e questi piú leggiadramente esposti che in alcuno altro». Ora, non in quel solo genere di componimento che si accenna in questo luogo d’Isocrate, ma in molti altri medesimamente, si può dire che gli antichi, facendosi a scrivere, si proponessero, non giá di dir cose nuove né di esporre invenzioni o pensieri che appartenessero a loro piú che agli altri, ma solo di dire acconciamente ed ornatamente e come non si sarebbe saputo dire dal volgo, quelle stesse cose che erano conosciute e pensate comunemente dagli