Pagina:Leopardi - Epistolario, Le Monnier, 1934, I.djvu/6

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INTRODUZIONE.


I.


Quando nel 1849 comparve in pubblico, a cura di Prospero Viani, la prima grande raccolta delle lettere di Giacomo Leopardi, si destò negli studiosi del Recanatese un senso di grata meraviglia, come davanti a una rivelazione dell’uomo, la quale veniva a illuminare stupendamente lo scrittore, già ammirato in Italia e fuori, ma non ancora a fondo conosciuto nella sua complessa psiche; nello stesso modo che una meraviglia non minore e non minore profitto doveva procurare, cinquant’anni dopo, la scoperta di quella feconda miniera di pensieri, soliloqui e documenti che fu lo Zibaldone.

Avendo il Leopardi cosí precocemente incominciato a produrre nel campo filologico e nel letterario, stimolato dai pungoli della gloria, alla quale era disposto a sagrificare la sua salute ed ogni altro suo bene, è ovvio che anche presto incominciasse a scriver lettere per mettersi in relazione con uomini illustri, con editori, e con quanti altri potessero spianargli il cammino a conseguire lo scopo cosí ardentemente bramato. E il suo Epistolario s’inizia infatti con lettere al Cancellieri, allo zio Carlo Antici, e poi al Monti, al Mai, allo Stella; e segnatamente al Giordani, che doveva in breve richiamare su di sé la più alta ammirazione, insieme con l’alletto più vivo ed ingenuo, del giovine recanatese, ed esercitare sopra di lui cosí notevole influsso.

Se le lettere di Giacomo agli uomini illustri che allora riempivano del loro nome l’Italia appaiono elaborate e nel loro stile signorilmente inamidato rivelano la preoccupazione del giovinetto ancora sconosciuto che vuol bene atteggiarsi davanti