Pagina:Leopardi - Operette morali, Chiarini, 1870.djvu/19

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DIALOGO.

XV


nostri bravi contemporanei; nè io porterò accusa contro di voi al tribunale dei liberi pensatori. Ora ditemi di grazia, perchè chiamate immorale e incivile la filosofia del povero Leopardi?

Giobertiano.
E mel domandate? Io giudico l'albero dai frutti. Qual è la conseguenza logica, fatale, inevitabile, del pessimismo filosofico predicato dal Leopardi? Che il meglio che si possa fare in questo mondo, è cavarsi tutte le voglie, usando a tal fine ogni argomento possibile. Io non starò a discutere i funesti effetti di questa massima, ov'ella diventasse regolatrice del vivere umano; e voi forse vi rammentate ciò che ne ragionò lungamente il Gioberti nel Gesuita moderno. So bene che il Leopardi, per una felice contradizione fra le sue idee e le opere, visse in tutto diversamente da ciò che portava la sua filosofia; so ch'egli potrebbe dire che mai non gli passò per la mente di proporre quel fine al suo scrivere; e so ancora ch'egli volle prevenire l'accusa che io gli fo, dichiarando che se ne' suoi scritti ricordava alcune verità dure e triste, o per isfogo dell'animo, o per consolarsene col riso, e non per altro; non lasciava tuttavia di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la congizione del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di azioni, e perversità di costumi. Ma tutte queste cose non rilevano nulla. Quando un autore ha posto alcune premesse, non è più in facoltà di impedire che altri ne deduca le ragionevoli conseguenze. Ora è egli il vero, o non è, che le massime capitali della filosofia leopardiana son queste? Tutto è una infinita vanità; la virtù, la gloria, l'amore sono illusioni; la nostra vita non ha un frutto, non è buona ad altro che a disprezzarla essa medesima;