Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/21

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buire al Giordani l’inversione avvenuta nei tre dialoghi ceduti all’Antologia. Il Timandro doveva essere l’ultimo, egli avverte. Infatti era stato scritto dopo il Tasso; ma era stato pure scritto prima del Colombo. Anzi nell’ordine cronologico1 era quattordicesimo, sui venti del 1824: ma evidentemente fin da principio era destinato al ventesimo o, comunque, ultimo posto, che tenne nella edizione milanese del ’27. E invero un’apologia del libro; e l’apologia non poteva essere se non la conclusione e il giudizio, che nell’atto di licenziare il suo libro l’autore voleva che se ne facesse. Ma, dall’ordine cronologico a quello ideale che il Leopardi ebbe da ultimo ragione di preferire, non soltanto il Timandro venne spostato. Infatti tra il Dialogo di un Fisico e di un Metafisico e il Dialogo della Natura e di un Islandese, scritti successivamente, con un solo giorno di riposo tra l’uno e l’altro, parve opportuno frammettere il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, a cui il Leopardi pose mano appena finito quello della Natura e di un Islandese. È ovvio che senza una ragione né anche quest’ordine sarebbe mutato; ed è ovvio del pari la ragione non poter consistere se non negli scambievoli rapporti onde questi dialoghi eran legati, agli occhi di chi li scrisse. Va da sé poi che i vari scritti devono per lo più esser nati già con questi rapporti, l’un dopo l’altro, secondo che il pensiero germogliava via via nella sua spontaneità organica; ma dove una ripresa di idee già non sufficientemente svolte, e il risorgere di un’ispirazione che pareva esaurita, traeva l’autore a tornare su se stesso, è pur naturale che l’ordine cronologico non corrispondesse allo svolgimento e alla coerenza del pensiero. Cosi il Tasso, scritto appena levata la mano dall’Islandese, nasce come un anello che salda questo dialogo a quello del Fisico col Metafisico; e se tra il 14 e il 24 giugno l’autore scrive il Timandro, bisogna pensare che, saldato così l’Islandese agli antecedenti dell’opera, egli dovette per un momento credere di aver esaurito il suo tema, e di potersi arrestare a quella fiera rappresentazione finale

  1. Cfr. sopra, p. VI, n. I.