Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/27

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

xxiii

manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre... e le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare...». La saggia, l’altrice natura non si commuove allo sterminio che l'ardimento conduce l'uomo a far di sé.

Fu certo, fu (né d’error vano e d'ombra
L’aonio canto e della fama il grido
Pasce l’avida plebe) amica un tempo
Al sangue nostro e dilettosa e cara
Questa misera piaggia, ed aurea corse
Nostra caduca età. Non che di latte
Onde rigasse intemerata il fianco
Delle balze materne, o con le greggi
Mista la tigre ai consueti ovili
Né guidasse per gioco i lupi al fonte
Il pastorel; ma di suo fato ignara
E degli affanni suoi, vota d’affanno
Visse l’umana stirpe...1

Amica è la natura a chi si contenta della vita spontanea e irriflessa, quale appunto la vita della natura. Lo svegliarsi dell’intelligenza (scellerato ardimento!) è il principio della perdizione. E invano l’uomo cercherà col pensiero di ristaurare la sua vita e riconquistare la dilettosa e cara piaggia d’un tempo! Faust lo sa2; e Malambruno che invoca gli spiriti d’abisso, che vengano con piena potestà di usare tutte le forze dell’inferno in suo servigio, lo riapprende da Farfarello, impotente a farlo felice per un momento di tempo. La felicità è la vita che si viva sentendo che mette conto di viverla: è la vita col suo valore. E il Leopardi par che la intenda come un diletto infinito; il cui bisogno nasce dall’infinito amore che ogni uomo ha di se stesso, ma non può esser mai soddisfatto, perché nessun diletto è infi-

  1. Inno cit., vv. 87-99.
  2. Malambruno è Faust, non Manfredo, come mostra d’intendere il LOSACCO, Leopardiana, in Giornale storico della letter. ital., XXVIII (1896) pag. 275.