Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/34

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opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie... servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, gli rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta»1.
 Ebbene, sentire ripullular questa vita, che il raziocinio aveva dimostrata morta, era pur sentire il bisogno di riprendere la dimostrazione. Il Leopardi non affronta nelle Operette, né in altro dei suoi scritti, il problema di questa vita incoercibile che risorge dalla sua più fiera negazione. Ma sente oscuramente questa difficoltà, non superata nei primi due gruppi de’ suoi dialoghi. Tutto l’argomentare della sua filosofia non genera la convinzione che ne dovrebbe derivare: la convinzione che arma la mano di Bruto contro se stesso, e fa gittare dalla misera Saffo «il velo indegno», per rifuggirsi ignudo animo a Dite, e così emendare il crudo fallo del cieco destino. L’amor della vita non è vinto: la Natura ha detto all’Anima che le infinite difficoltà e miserie, a cui vanno incontro i grandi, «sono ricompensate abbondantemente dalla fama, delle lodi e dagli onori che frutta a questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità della ricordanza che essi lasciano di sé ai loro posteri».
 Ebbene, questa gloria, che già non arride all’anima, quando natura gliel’addita, questa gloria abbelliva pure agli occhi del Leopardi questo mondo di morti, in cui gli sembrava di vivere. Filippo Ottonieri, che è lui stesso, potrà esser «vissuto ozioso

  1. Pensieri, I, 351, 349. Cfr. lett. del 6 maggio 1825: «M’avveggo ora bene che, spente che sieno le passioni, non resta negli studi altra fonte e fondamento di piacere che una vana curiosità, la soddisfazione della quale ha pur molta forza di dilettare: cosa che per l’addietro, finché mi è rimasta nel cuore l’ultima scintilla, io non poteva comprendere»: Epist., I, 547-8.