Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/345

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281 — della condizione umana. Ma questa fortezza d’animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare ; non abusarla in privarci spontaneamente, per sempre, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della 5 disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’ intrinsechi, dei compagni ; o non essere atto a sentire di si fatta cosa dolore alcuno ; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d’altrui, e di troppo IO curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide | da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli altri;! non cerca se non la utilità propria ; si gitta, per cosi dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano ; tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce |5 il più schietto, il più sordido, e certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si trovi al mondo. In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita,/] benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, 20 o dolori acerbi del corpo ; non sono malagevoli da tolle¬ rare ; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo 25 curiosamente ; per ogni lieve causa che gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovria ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perché non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che 30 fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero ; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima ; a me, che non i/ — 282