Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/49

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

xlv

Tutte, ad eccezione del Sallustio, che è fredda negazione, senza l’orrore, la ribellione dell’animo, il dolore, sia pur mascherato da amaro sorriso, che si diffonde in tutte le altre. E questa è, parmi, il giusto motivo che indusse l’autore a sopprimerlo.

VII.

Quando nel ’27 una nuova ripresa della primitiva ispirazione diede il Copernico e il Plotino, venutisi quindi ad aggiungere alle prime Operette già formanti un organismo, l’ispirazione non era punto mutata. Giacché il Copernico dimostra, secondo il detto dello stesso autore, la nullità del genere umano, ripigliando un’idea che contro i Timandri medievali attardati aveano già nel Cinque e Seicento svolta Bruno nella Cena delle ceneri e Galileo nei Massimi sistemi; donde la conclusione necessaria che Porfirio ricava nell’altro dialogo (che sarebbe poi la conclusione rigorosamente logica di tutta la parte negativa delle Operette), che sia ragionevole uccidersi. Ed egli vince a furia di argomentare (movendo, com’è ovvio, da premesse, che son quel che sono, ma a lui paiono ben fondate) il suo stesso maestro, Plotino. Ma questi può opporgli una sapienza assai più profonda e più vera: «Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro ragione l’accomodar l’animo alla vita: certamente quello è un atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuolsi elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostro; che secondo natura uomo». Perché contro natura e contro umanità il suicidio, ancorché conclusione di logica inesorabile? Porgiamo orecchio, dice Plotino, «piuttosto alla natura che alla ragione. E dico a quella natura primitiva, a quella madre nostra e dell’universo; la quale se bene non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha fatti infelici, tuttavia ci è stata assai meno ìnimica e malefica, che non siamo stati noi all’ingegno proprio, colla curiosità incessabile e smisurata, colle speculazioni, coi discorsi, coi sogni, colle opinioni e dottrine misere: e particolarmente, si è sforzata ella di medicare la nostra infelicità con occultarcene, o con trasfigurarcene, la maggior parte E quantunque sia grande l’alterazione nostra, e diminuita in noi