Pagina:Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia, Laterza, 1921.djvu/51

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appressamento della morte 41

     e per amor, di re venne tiranno,
e mandò giú tant’alme a l’aria bruna,
sí ch’ancor dura e sará eterno 'l danno;
70     per chi d’Anglia tal frotta si rauna
e mugulando s’addossa e si preme
qual sozzo gregge a la ’nfernal laguna.
     D’infinita sciaura amor fu seme,
che non sua sol ma van mill’alme ognora
75per lui ’ve ’l tristo eternamente freme.
     Oh miser’Anglia che tanta dimora
fai ne l'errore, e non ti basta ’l lume
de la mental tua lampa a uscirne fòra,
     e giá tutto conosci forché ’l nume,
80e cieco nasce e non vi pensa e mòre
tuo popol gramo vinto dal costume. —
     Poi sospirando disse: — Or vedi, amore
com’è crudele al mondo, e com’è duro
far ch’e’ non giunga a palpeggiarti ’l core.
85     Sapienza non è sí saldo muro
che nol dirompa forza di suo strale,
e chi men l’ha provato è men sicuro.
     E se l’alma infermò di tanto male
e sente l’aspra punta, ov’è la pace?
90e se pace non è, viver che vale? —
     Sí come chi per poi soggiunger tace,
quel tacque, ed i’ mi vidi un mesto avante
giovane e tal che d’ello anco mi spiace.
     Tanto mi vinse suo flebil sembiante
95che l’Angel di suo nome interrogai,
benché mio dir sonava ancor tremante.
     E quel rispose: — Da sua bocca udrai
contar suo fallo e di suo fallo i danni. —
E l’approcciammo, ed i’ l’addimandai.
100     — Ugo fui detto, e caddi in miei verd’anni,
e me Ferrara tra suoi forti avria,
se non fosse ’l mio padre infra’ tiranni; —