Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/165

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ix. agl'italiani 159

delle nazioni, nell'amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi; possiam dirlo con verità, non v’ha popolo più felice dell'italiano. Provveduto con liberalità dalla natura di tutto ciò che fa d’uopo ad alimentare il commercio, abitatore di un terreno che rende con usura all’agricoltore ciò che gli venne affidato, ricco dei doni della mente e di spiriti grandi in ogni genere, condotto ad un grado di civilizzazione che niun popolo oltrepassò giammai, che può egli desiderare per condizione e compimento della sua felicità? La pace. Questo bene, oggetto dei voti di tutte le nazioni, è necessario per l’Italia, che solo su di esso può fondare le speranze di un prospero stato. Non si fa la guerra che per ottenere la pace. Noi eravamo giunti a goderne. Perché dunque far dell'Italia una nazione guerriera? perché rendere incerto ciò che era sicuro ed obbligarci a conquistare ciò che di già possedevamo? L'Italia, posta a contatto di due grandi potenze, d’ordinario discordi, potrebbe dispensarsi dal prender parte alle loro differenze? E benché sudditi di principe men potente, i bravi discendenti dei liguri1 nella lotta delle due nazioni poterono mantenersi spettatori indifferenti? Non è ancor spenta la memoria della gloriosa giornata, che salvò la capitale dello Stato dagli estremi disastri2. Folle straniero! perché volevi tu sollevarci contro i nostri principi? Avevamo noi forse dei tiranni? Egli è strano che il solo tiranno che fosse in Italia abbia esortati i popoli alla ribellione e intimata guerra a una sognata tirannia. Noi avevamo dei sovrani affettuosi ed amabili, che anteponevano la felicità dei loro sudditi alla propria ambizione, o, piuttosto, che non aveano altra ambizione che quella di formare la felicità dei popoli. Invano tu volevi strapparceli. Noi li possediamo tuttora, noi li conserveremo, e queste famiglie sacre saranno la eredità de' nostri posteri e il prezioso pegno che gl'italiani fedeli e sensibili consegneranno ai loro figli.

  1. Cioè i piemontesi, o siano i discendenti degli antichi taurini, che Plinio (libro VII, cap. 17) e, per quanto apparisce, ancora Tito Livio, fanno derivare dai Liguri.
  2. La giornata di Torino, guadagnata dal principe Eugenio di Savoia e dal duca Vittore Amedeo II il di 7 di settembre del 1706.