Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/176

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170 ii. versi frammenti e abbozzi

15nella socchiusa man lucido insetto
sorpreso in aria da sagace colpo;
e il rimirava in faccia, e avidamente
plauso chiedea col guardo, e col sorriso.
Quel, serio e taciturno, a stento ai detti,
20o a fuggitivo riso i labbri apriva.
Alfin proruppe:


micone


                           O amabile Dameta,
di', figlio mio, del tuo maggior fratello
non ti ricordi tu? più non rammenti
25il tuo Filino? Ei t'ha lasciato, e un anno
è che noi vedi più. Le prime rose
spuntavano, come or, su quella fratta,
quando, i suoi giuochi abbandonati, il vidi
seder pallido e muto. Io gli chiedea:
30— Figlio, perché qui sei? perché non giuochi?
perché non vai con tuo fratello al prato?
Su! scendi a sollazzarti. Hai forse male? —
— No, padre — ei mi diceva — no, nulla io sento,
ma stanco io sono, e qui riposo; or ora
35tornerò con Dameta a trastullarmi. —
Cosi sempre ei dicea, ma sempre il male
più gli apparia sul viso. Un di di festa
alfine ei si levò l'estrema volta,
poi più non sorse. Oh! come, allor che a casa
40la sera mi vedea tornar dal campo,
lieto in chiamarmi mi tendea le mani,
e la mia mi baciava, e mi chiedea
se stanco fossi, e sempre a sé vicino
m’avria voluto. Un giorno alfin (dimani
45quel di funesto riconduce il sole)
mi levai, corsi a lui, chino sul letto
gli diedi un bacio, e come stasse il chiesi.
Ei più non rispondea: l'occhio mi volse,