Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/52

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


I. PUERILI 35 Bella cosa il veder con un piè solo fuggire il giambo e corrervi all’udito. Più savio, teme di cascare al suolo con la sua gamba e il piede indebolito il povero spondeo : lo sciocco stuolo se i difetti non sa segnare a dito, scriver forse dovrò come un capocchio, e far de’ versi miei tutto un pastrocchio? 36 Trattar si debbon con assidua destra le greche muse, e mai né di né notte può lasciarsi una loro opra maestra; le vigilie non mai sieno interrotte, si lasci in abbandon sin la minestra; ma con parole alcun ben poco dotte di Plauto il sai lodò, l’olio e l’aceto, ma in vero, ei fatto avria meglio a star cheto. 37 Unto e annerito il rustico mustaccio, sulle scene cantarono i villani; come Tespi inventò, di un lungo straccio copri de’ recitanti e piedi e mani Eschilo il vate : a gran licenza in braccio cadde poi la commedia in modi strani; il decreto a frenarla allor fu scritto, e il coro torse il grugno e stette zitto. 38 Nulla lasciàro i comici poeti, e, voltando le spalle ai greci esempi, cantarono con versi allegri e lieti i domestici fatti e i gravi scempi di sozze pulci e cimici indiscreti. Se meritar volete altari e tempi, nulla mettete al mondo, o fratei caro, se noi limaste pria come un ferraro.