Pagina:Lettere autografe Colombo.djvu/41

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tutelari, risplendono sulla soglia dell’evo moderno, volessero presentarsi ai loro contemporanei in aspetto d’umili commentatori d’una dimenticata idea d’Aristotile e di Pitagora.

L’Italia adunque ai tempi di Colombo e, appunto come Colombo, piena di pensieri nuovi sotto nome antico, presentiva l’avvenire attraverso le visioni del passato. Ad uno ad uno essa vedeva morire i suoi popoletti ringhiosi; pur non distratta dalle fervide contemplazioni, nemmanco per l’acerbità dei supremi dolori, generava eroi che fondarono la divina nazionalità del pensiero, conquistandole una lingua comune e confondendo e consolando col culto delle glorie fraterne le umiliate gelosie municipali. — Ora sofferite, ch’io cerchi nelle tradizioni commerciali e geografiche d’Italia la genealogia vera di Cristoforo Colombo ch’io non mi curai ripescare fra le ingiurie dei municipii contendentisi l’onore d’averne ascoltato il primo vagito. Tutti sanno come il commercio del medio evo avesse legato gli stati marittimi della nostra penisola coll’Asia, coll’estremo Oriente: perocchè le spezierie, rarissime preziosità, di cui gli Italiani avevano in Europa il monopolio, ci venivano dalle Molucche (Malucco) isole circonfuse dell’Oceano Pacifico, allora non navigato che da giunche chinesi e da selvaggie piroghe. Quando primamente s’avviasse questo commercio non può sapersi: e forse sempre ne durò qualche filo anche nell’età della più scabra barbarie. Checchè ne sia, abbiamo notizia che nell’822 già navigavano ad Alessandria contrabbandieri veneziani; e prima delle crociate praticavano gli Amalfitani ne’ porti di Levante e i Pisani avevano fattorie sul Mar Nero. Nel XII secolo troviamo la prima menzione del commercio delle spezierie colle quali non può farsi che alcune notizie non giungessero dei tanti popoli che