Pagina:Lettere d'una viaggiatrice - Serao, 1908.djvu/137

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130 lettere d’una viaggiatrice

nella mia anima, tutta l’amarezza e tutta la dolcezza di quel canto sconosciuto e misterioso: intendevo tutta la languidezza mesta di certe cadenze, di canzoni alpestri, risuonanti di roccie in roccie: intendevo tutta l’asprezza di certe marcie quasi trionfali, cammino di cacciatori che discendono al piano, cammino di guerrieri che tornano da una battaglia per la libertà: intendevo tutta la grazia dei ritornelli d’amore, di collina in collina, al cader del sole. Purissimo canto: di una limpidità cristallina: saliente nell’aria, in echi più fini, più fievoli, ma sempre nitidi: cupo e tetro, in sue note estreme: o brillante come in cinguettìo di tanti uccelletti sugli alberi, ma sempre preciso, chiaro, di una penetrazione singolare. Curiosamente, a un tratto, il canto s’interrompeva: e il grido acuto, stridente, tirolese, il yu inimitabile, il grido dato da una voce, ripetuto da quattro, gittava la sua nota dissonante: ecco, è la montagna, tutta quanta, con le sue solitudini, coi suoi deserti, e, a un tratto, col grido lontanissimo stridentissimo, il yu, il yu, onde i tirolesi a enorme distanza si chiamano, si riconoscono. E le canzoni di amo-