Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/130

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124 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

privazione dell’essere che la offensione. E, perché a’ sensi mia era gravissima offesa quando erono privati del vero obietto loro, cioè la donna mia, il presente sonetto verifica la sentenzia sopradetta, eleggendosi per me in tal caso piú presto la privazione d’ogni esteriore operazione che tale offensione; stimando maggior cosa la privazione della donna mia che la privazione dell’essere delle operazioni giá dette. Ed ancora che paia che privandomi solamente dell’atto, e non della potenzia, non sia intera privazione, presupposto quello che abbiamo detto di sopra, cioè che la offensione durassi sempre, si può affermare la privazione cosí della potenzia come dell’atto. Dice adunque il sonetto che, quando accadeva che io cercassi o colli occhi o co’ passi, colle parole o co’ pensieri la donna mia, senza trovarla, ne resultava grandissima miseria a tutte queste cose che lei cercavano. Perché non è maggior miseria che non trovar mai pace o quiete né fine alle passioni, massime quando quella cosa, della quale altri è privato, è assai desiderata. Nessuna cosa poteva essere piú desiderata o cara che la donna mia, presupposto che la fussi quel bene che solo mi piacessi, che significa ogni altra cosa fuori che lei darmi dispiacere e molestia. E però, sendo infinite di numero l’altre cose, tanto maggiore era la molestia mia, quanto piú cose mi si offerivano dinanzi, e però erono quasi infinite molestie, tutte gravi, perché tutte mi appresentavano la privazione della donna mia. Interviene all’animo nostro che non si quieta mai insino che non truova quella cosa che piú che l’altre gli piace; ed ancora che molte cose li piaccino, l’appetito che si ferma in quel che li piace piú, mette da parte tutte l’altre, quando può conseguire il suo primo desiderio. Come, per esemplo, uno si diletta di diverse cose, come i cani, uccelli, cavalli, e con queste cose insieme è avaro di natura e piú tirato al cumulare che ad alcuna di quelle altre cose: e però, posposti li altri piaceri, che ancora naturalmente appetisce, l’appetito suo solo in quello si quieta, che prima e piú appetisce, ed ogni altra cosa li dá molestia. Molto maggiore era la molestia mia, perché solo desideravo la donna mia, né di altra cosa mi appagavo, perché il desiderio di lei non solo