Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/132

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126 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

perché, partendo il core, sede della vita, morto mi potevo chiamare. Ma, perché pure qualche vitale forza restava, né morto mi potevo chiamare, né vivo interamente. E, se sono vere quelle cose che abbiamo detto nella esposizione di tre sonetti della commutazione del core, chi vive in altri, come fanno li amanti, quanto a sé non si può chiamar vivo, né ancora morto, se vive in qualche luogo; né si può interpetrare che altra cosa fussi lo stato in che io restavo, se non il primo che mostra questo sonetto, cioè in quella molestia di cercare colli occhi, con le parole e co’ passi, ecc., senza trovare la donna mia, e però si verifica quello che proponemo al principio di questo comento, la privazione dell’essere parere manco male qualche volta che una gravissima molestia, poiché io restai peggio che se fussi stato o tutto vivo o tutto morto. E, perché morte include questa tale privazione, cosí dell’atto come della potenzia, a me pareva minor male che la miseria di quello infelicissimo stato.

     Lasso, or la bella donna mia che face?
ove assisa si sta? che pensa o dice?
quegli occhi o quella man chi fan felice?
Amor, dimmelo tu; — e lui si tace.
     Gli occhi allor, per saper della lor pace,
mandon lacrime fuor triste e infelice:
qual giugne al petto, a qual piú oltre ir lice,
bagna la terra, ivi s’arresta e iace.
     Manda il mio cor molti sospiri allora:
questi sen vanno in vento, onde conforta
i pensier pronti il core al bel cammino.
     Questi a lei vanno, ed ella l’innamora,
sí che alcun le novelle non riporta;
segueli il core: io piango il mio destino.

Ancora che molte e diverse sieno le pene delli amanti, pure, chi considera bene, tutte da due cagioni procedono, cioè da gelosia e da privazione, e per l’assenzia della cosa amata; e bisogna di necessitá cosí sia, perché in due cose similmente consiste la felicitá loro, cioè due proprietá che sono nella cosa amata, la prima la esteriore ed apparente bellezza, l’altra lo