Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/137

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ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti 131

come prima felicitá ed ultimo bene loro, ed il timore della offesa procedente dalla visione dell’altre cose. Il cuore, sentendo la cagione de’ pianti, mosso dalla medesima compassione che mosse Amore, aiuta la occecazione degli occhi, cominciata per le lacrime con gran numero di sospiri, e oppone la nebbia de’ sospiri agli occhi, accioché, aggiunti alle lacrime, pur possono difendere gli occhi e levarli la visione dell’altre cose. E naturalmente è detto «nebbia de’ sospiri», che ascende e monta alla faccia, perché il sospiro porta seco una certa aria piú vaporosa e grossa a guisa quasi di fumo e di nebbia, e naturalmente vanno in su verso gli occhi, ove gli manda l’impeto che nasce dell’ultima parte del petto. Ma, perché tutti questi rimedi non bastavano a tanta miseria, perché il perdere la visione dell’altre cose non era sola e vera beatitudine degli occhi, tutti gli desidèri del cuor mio si volsono a pregare gli occhi della donna mia che alquanto si mostrassino e dalli miei si facessino vedere. Ed essendo le lacrime simile all’acqua che piove, e li sospiri alla nebbia, come al dissipare la nebbia ed acqua non è piú efficace virtú che quella del sole, cosí nessun rimedio migliore si poteva trovare a levare le lacrime e i sospiri che ’l lume degli occhi della donna mia, al quale come a unico rimedio si ricorre, pregandolo, come abbiamo detto, che si mostri; perché, quando indugiassi o per alquanto tempo celassi la sua luce e virtú, gli occhi si tornerebbono nella maggiore miseria; perché non solamente sarebbono privati di questo sole, vera beatitudine loro, ma sarebbono forzati a vedere le altre cose, che abbiamo dette essere a loro sommamente in dispetto, conciosiacosaché le lacrime ed i sospiri non potevano lungamente occupare la loro veduta, perché pareva impossibile il fonte delle lacrime non ristagnassi e seccassi, e la sede e luogo de’ sospiri ne avessi tanta copia, che non fussi qualche volta per mancare questa pietosa sumministrazione.

     Io torno a voi, o chiare luci e belle,
al dolce lume, alla beltá infinita,
onde ogni cor gentile al mondo ha vita,
come dal sole il lume all’altre stelle.