Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/171

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iii - rime 165

CANZONE II

[Meglio morte che star lontano da lei: pure è lieto

sentendo che il suo esilio le dispiaccia.]


     Pensavo, Amor, che tempo fussi omai
por fine al lungo, aspro, angoscioso pianto,
ed alla doglia mia,
non pur voler seguir nel mio mal tanto
tu e Fortuna troppo iniqua e ria;5
ché poi, quando vorrai,
come conviensi a tanta signoria,
mantener quel che giá promesso m’hai
(ah quante volte e quanto!),
ti fia difficil, benché tutto possa.10
L’alma, li spirti e l’ossa
state son tue sotto questa fidanza,
quanto sai, Amor, ed io, che ’l pruovo, meglio,
che con questa speranza
fanciul tuo servo fui, e son giá veglio.15
     Io mi vivea di tal sorte contento,
e sol pascevo l’affannato core
della sua amata vista;
le belle luce e ’l divino splendore
quetavon l’alma, benché afflitta e trista,20
e per questo ogni stento
dolce parea, che per amar s’acquista.
Fa la speranza di maggior contento
ogni pena minore,
ma ria Fortuna, al mio bene invidiosa,25
turbar volle ogni cosa,
e ’l mio tranquillo stato e lieta sorte,
e tolsemi la vista onde sempre ardo.
Oimè! meglio era morte,
che star lontan dal mio sereno sguardo.30