Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/172

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166 iii - rime

     Onde or, non potendo altro, pasco l’alma
della memoria di quel viso adorno,
ed a’ divin costumi
col pensier mille volte il dí ritorno.
Se Fortuna mi toglie i vaghi lumi35
e turba ogni mia calma,
non è però che in selve e ’n valli e ’n fiumi,
ove lo spirto porta la sua salma,
o notte oscura o giorno
sempre gli occhi non vegghino il lor sole,40
e le dolci parole
non risuonino ancor ne’ nostri orecchi:
ché ’l rimembrar le cose amate e degne,
benché pur altri invecchi,
in cor gentil per tempo non spegne.45
     Io vo cercando i piú elati colli,
e volgo gli occhi stanchi in quella parte,
ov’io lasciai il mio bene,
lá, onde il tristo cor mai non si parte;
e di questo il nutrisco e d’una spene,50
che presto fien satolli,
se non rompe il pensier morte che viene,
gli occhi, che tanto tempo giá son molli;
e con questo una parte
del mio mal queto e l’alma riconforto,55
ed in pazienzia porto
lo ingiusto esilio e la sorte aspra e dura,
tanto che piú felice tempo torni;
e se pure il mal dura,
può ristorar un’ora i persi giorni.60
     Canzon, lá dove è il core
or te n’andrai, se giá non t’è impedita
la via, sí come a me, segui la traccia:
di’ che lieta è mia vita,
sentendo questo esilio a lei dispiaccia.65