Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/18

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
12 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

e subietto fussi per sé assai degno, avendo scritto e fattone menzione in lingua nostra materna e volgare, la quale, dove si parla ed è intesa, per essere molto comune, non pare declini da qualche viltá, ed in que’ luoghi dove non ne è notizia, non può essere intesa, e però a questa parte questa opera e fatica nostra pare al tutto vana e come se non fussi fatta.

Queste tre difficoltá hanno infino ad ora ritardato quello che piú tempo fa avevo proposto, cioè la presente interpetrazione. Al presente ho pur deliberato, vinto, al mio parere, da miglior ragioni, metterla in opera, pensando che, se questa mia poca fatica sará di qualche estimazione e grata a qualcuno, sará bene collocata e non al tutto vana, se pure ará poca grazia, sará poco letta e da pochi vituperata, e, non essendo molto durabile, poco durerá ancora la reprensione nella quale possa incorrere.

E, rispondendo al presente alla prima ragione ed a quelli che di presunzione mi volessino in alcun modo notare, dico che a me non pare presunzione l’interpetrare le cose mie, ma piú presto tôrre fatica ad altri; e di nessuno è piú proprio ufficio lo interpetrare che di colui medesimo che ha scritto, perché nessuno può meglio sapere o eligere la veritá del senso suo, come mostra assai chiaramente la confusione che nasce dalla varietá de’ comenti, ne’ quali il piú delle volte si segue piú tosto la natura propria che la intenzione vera di chi ha scritto. Né mi pare per questo argomento ch’io tenga troppo conto di me medesimo o tolga ad altri il giudicarmi, perché credo sia ufficio vero d’ogni uomo operare tutte le cose a beneficio degli uomini, o proprio o d’altri. E, perché ognuno non nasce atto a potere operare quelle cose che sono reputate prime nel mondo, è da misurare se medesimo e vedere in che ministerio meglio si può servire all’umana generazione ed in quello esercitarsi, perché e alla diversitá degl’ingegni umani e alla necessita della vita nostra non può satisfare una cosa sola, ancoraché sia la prima e piú eccellente opera che possino fare gli uomini; anzi pare che la contemplazione, la quale sanza controversia e la prima e piú eccellente     .     .     .     .     .     .