Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/194

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188 iii - rime

XLV

[Si rinnovano nel petto a quando a quando le fiamme d’amore.]


     Come di tempo in tempo verdi piante
pel verno sole e pel terrestre umore
producon altre fronde e nuovo fiore,
quando la terra prende altro sembiante;
     cosí il mio Sole e quelle luci sante,
l’umor degli occhi miei, ch’esce dal core,
fan che rimette nuove fronde Amore,
quando il tempo rivien che ho sempre innante.
     Tornanmi a mente due fulgenti stelle,
e i modi e le parole che mi fêro
contr’Amor vil, contra me stesso ardito.
     Questo l’antiche e le nuove fiammelle
raddoppia, ed in un tempo temo e spero.
Tarda pietá, ché il nono anno è fuggito.


XLVI

[«Al suo degno amore il Ciel mi tira».]


     Come lucerna all’ora mattutina,
quando manca l’umor che il foco tiene,
estinta par, poi si raccende, e viene
maggior la fiamma, quanto al fin piú inclina;
     cosí, in mia vaga mente e peregrina
l’umor mancando d’ogni antica spene,
se maggior foco ancor vi si mantiene,
è che al fin del suo male è giá vicina.
     Ond’io non temo esto tuo nuovo insulto,
né piú l’ardente face mi spaventa,
giunto al fin de’ disir, disdegni ed ira.
     Piú mia bella Medusa marmo sculto
non mi fa, né Sirena m’addormenta,
perché al suo degno amore il Ciel mi tira.