Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/193

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iii - rime 187

XLIII

[Il tempo fugge e vola.]


     Io piansi un tempo, come volle Amore,
la tarditá delle promesse sue,
e quel che interveniva ambo noi due,
a me del danno, a lui del suo onore.
     Or piango, come vuole il mio amore,
ché ’l tempo fugge per non tornar piue,
e veggio esser non può quel che giá fue:
or questo è quel ch’ancide e strugge il core.
     Tanto è il nuovo dolor maggior che ’l primo,
quanto quello avea pur qualche speranza:
questo non ha se non pentersi invano.
     Cosí il mio error fra me misuro e stimo,
e piango, e questo pianto ogni altro avanza
la condizion del viver nostro umano.


XLIV

[Vana speranza di fuggire ai tormenti d’Amore.]


     Que’ dolci primi miei pensieri, ond’io
nutriva il cor ne’ suoi piú gravi danni,
ritornar sento, e le prime arti e inganni,
e ’l dolce aspro disio, suave e rio.
     Lasso! quant’era folle il creder mio,
che per maggior pensieri e per piú anni
credea fuggir dagli amorosi affanni,
non conoscendo bene il mio disio!
     Ma, come fèra in qualche oscuro bosco
crede fuggire e corre alla sua morte,
sendo ferita dallo stral col tosco,
     cosí credea fuggir correndo forte
all’incognito male: or s’io il conosco,
lieto consento alla mia dura sorte.