Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/197

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iii - rime 191

mi veggio avere al tutto
perduta, e l’etá mia florida e verde,30
senz’altri fiori o frutto,
ché ’l tempo piú che un tratto non si perde.
     Ma non è maraviglia s’io fui giunto,
semplice e giovinetto:
sotto tal ésca mi mettesti l’amo;35
perché non mortal cosa per oggetto
mi desti l’ora e ’l punto
che facesti che ancor servo mi chiamo,
perché chi mi fe’ gramo
cosa divina parve agli occhi miei;40
né credo che ingannar potessi o voglia,
onde i pianti e la doglia,
ch’io ho sofferti per seguir costei,
giá corsi solar sei,
mi fûr piacer, ma ora,45
ch’io veggo esser fallace ogni mia spene,
sendone al tutto fòra,
Amor io lascio i lacci e le catene;
     e do le vele mie a miglior vento,
che in sí crudel tempesta50
non era il navigar senza periglio.
Lascio la vita lacrimosa e mesta
e ’l faticoso stento;
e nuova via, altro governo piglio,
e con miglior consiglio55
reggo la barca mia fra le salse onde,
ch’era giá sí vicina ad uno scoglio.
Per altro mare ir voglio:
la stanca prora vo’ drizzar d’altronde,
ove non si nasconde60
sicur riposo e porto,
che poco innanzi m’era sí lontano.
Fammi il passato accorto,
e la fatica e ’l tempo perso invano.