Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/212

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206 iii - rime

LXI

[Il pallore del volto che ama.]


     Se quando io son piú presso al vago volto
il freddo sangue si ristrigne al core,
e se mi assale un súbito pallore
io so quel ch’è, ch’ogni virtú m’ha tolto.
     Quel viso, in cui è ogni ben raccolto
pe’ raggi del micante suo splendore,
sparge e diffonde del suo bel valore
nel cor che ad amar quello in tutto è vòlto.
     E tanto dentro al tristo cor soggiorna,
che l’immagine finta al tutto strugge
con la presenzia sua la forma vera.
     Allor quella virtú che da lei era,
qual maraviglia è se da me si fugge,
che a lei, sí come a suo principio, torna?


LXII

[Vicino tormento, lontano desio.]


     Come ti lascio, o come meco sei,
o viso, onde ogni nostra sorte move?
Come qui moro, o come vivo altrove?
Amor, dimmelo tu, ch’io nol saprei.
     Chi mi sforza al partir, s’io nol vorrei?
S’io fuggo un sol, come lo fuggo o dove?
Lasso! qual ombra fa che non mi truove,
se non è notte mai agli occhi miei?
     Questo è ben ver, che, se la forma vera
veggio, mi par bellissima e superba,
leggiadra oltra misura e disdegnosa;
     s’io son lontan, novella primavera
riveste i prati di fioretti e d’erba:
cosí bella la veggio e sí pietosa.