Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/220

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214 iii - rime

LXXVII

[«L’impresa omai è tarda e l’opra vana».]


     L’anima afflitta mia fatta è lontana
da quelle luci belle e perigliose;
però, benché assai timida, dispose
libera farsi, e contr’Amor piú strana.
     Chiama i pensieri, e in voce sorda e piana,
celando Amore, il suo disio propose.
Di tanti omei per tutti un li rispose:
— L’impresa omai è tarda, e l’opra è vana. —
     Cosí dicendo, quest’afflitta scorge
nel loco abbandonato ov’era il core,
che co’ ribelli spirti è via fuggito.
     Allor la miser’alma, che s’accorge
d’esser sola, ancor lei prende partito:
ed io sol vivo per virtú d’Amore.


LXXVIII

[Il triste fato d’Amore.]


     Un pensier che d’Amor parla sovente
sol vive in me, che volentier l’ascolto:
e, se alcun altro surge nella mente,
sí come peregrin non vi sta molto.
     La misera mia anima, che sente
oltra a’ pensier ciascun mio spirto vòlto
contra la vita, assai timidamente
ristretta in sé, si duol di quel bel volto.
     E lui, di tal doglienza avendo indizio
dagli spirti d’Amor, con vero e pio
parlar si scusa alla trist’alma, e dice:
     — È di bellezza proprio e grato offizio
piacer: anima, incolpa il tuo disio,
se a ciascun piaccio e te sol fo infelice. —