Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/224

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218 iii - rime

LXXXV

[I sospiri d’Amore.]


     Gli alti sospir dell’amoroso petto
portando a me dal mio signor novelle,
come son fuor delle sue labra belle,
caldi ancor nel mio cor hanno ricetto.
     Gli narran le parole, che ha lor detto
Amore, in dolci e tacite favelle;
tutti gli spirti allor per udir quelle
correndo, resta il core oppresso e stretto.
     Contra sua voglia il cor per forza caccia
gli spirti co’ sospiri, e spinge altrove
quest’amorosa schiera, ond’era uscita.
     La vita e morte, onde partí, par faccia:
cosí un spirito in due alterna e move
un dolce viver, ch’è fra morte e vita.


LXXXVI

[La sua donna trionfa su Amore, sulle Grazie e sulle virtú.]


     Superbo colle, benché in vista umíle,
piú degno e piú felice assai che quelli:
Esquilie, Celio, Aventino e’ fratelli,
benché cantati da piú alto stile:
     questi giá vider trionfar piú vile
d’Emilii, Scipioni e di Marcelli:
tu vedi trionfar agli occhi belli
Amor legato e ciascun cor gentile.
     Vengon le Grazie catenate e scinte,
Pietá, Beltate innanzi al carro, e quelle
virtú che sono in gentil cor distinte.
     Liete sono, benché trionfate e vinte,
tanto piú liete quanto son piú belle
nel viso della donna mia dipinte.