Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/272

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266 iv - selve d’amore

52

     cosí, padre benigno e giusto, alquanto
ti muove, se perviene a’ santi orecchi
il nostro duro e quasi eterno pianto.
Vorresti usar pietá, purché non pecchi;
ma, quando pensi al giuramento santo,
convien che ’l fonte di pietá si secchi;
perché il divin voler mai si corregge:
cosí sta ferma questa dura legge.

53

     O mia cieca speranza, ov’hai condutti
e dolcemente lusingando scòrti
di pensiero in pensier i disir tutti!
Mentre che falsamente li conforti
di vaghi fiori e belle fronde, e frutti
acerbi, duri, acri, amari or porti:
mostrando invano a me la donna mia,
veggo in suo luogo Amore e Gelosia.

54

     Lasso a me! quando entrasti nel pensiero,
io vidi cosí veri e vaghi lumi
coprir di fior l’amoroso sentiero,
correr le ninfe, Pan, satiri e fiumi,
come vede ciascun che vede il vero.
O fallace speranza, or mi consumi!
Or fugge il vero, e ’l dolce inganno invola!
E resta con Amor Gelosia sola.

55

     Amor, che prende ogni mio male in gioco,
sanza pietá si ride dello inganno:
Speranza se si mostra pur un poco,
drieto a lei tutti i van pensier ne vanno:
né però manca l’amoroso foco,
ma questi inganni assai maggior lo fanno:
con feroci occhi Gelosia mi mira:
e ’l cor n’ha doglia e nel dolor s’adira.