Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/281

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selva seconda 275

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     Le lepre e ’l bracco in un cespuglio giace:
l’un non abbaia e l’altra ancor non geme.
Tra il veltro e ’l cavriuol e ’l cervo è pace,
né alcun ne’ piè veloci spera o teme:
scherzon fra lor, e provocar lor piace
talor l’un l’altro; e, se corrono insieme,
non corron per fuggire il fèro morso,
ma sol per superar l’un l’altro in corso.

89

     Semplice e bianca, sanza una magagna,
ove li piace la colomba annidia
lieta, sanza temer che la compagna
o il maschio guasti l’uova per invidia;
non teme del falcon per la campagna,
né tra le fronde dello astore insidia.
Or va stridendo lieto l’aghirone,
né teme il colpo o l’unghia del falcone.

90

     Non teme la pernice che ’l terzuolo
la stringa, come ferro suol tanaglia;
né restar presa in sul levar del volo
dallo sparvier, quando e grassa la quaglia.
Gode lo smerlo che dal basso suolo
la lodola cantando al ciel su saglia:
né alle serpe dubitar bisogna
d’esser ésca a’ pulcin della cicogna.

91

     Tu puoi pel prato scalzo ir sanza rischio
di far crucciar, calcando, il frigid’angue.
E i serpenti non han veleno o fischio,
onde dal volto al cor si fugge il sangue.
Sicuro è mirar fiso il bavalischio,
né pel guardo mortal tristo alcun langue.
Né gli animali al fonte han pazienza;
che ’l liocorno facci la credenza.