Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/282

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276 iv - selve d’amore

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     Il tigre e ’l fèr leone e la pantera,
come conigli, mansueti e pigri;
ed ogni vile e mansueta fèra
feroce par come leoni o tigri.
Né fugge l’animal l’umana cèra.
Gli uccei bianchi, vermigli, gialli e nigri
giá per le folte macchie non s’ascosono:
in man, in testa, in spalla all’uom si posono.

93

     Non era ancor nel petto de’ mortali
di carne saziar la fèra voglia.
Pel nutrimento diventiam bestiali,
che ’l sangue uman di sua natura spoglia;
quinci guerra è tra l’uomo e gli animali:
quinci fugge l’uccel di foglia in foglia,
e si lamenta con pietoso strido
quando e’ non truova i cari figli al nido.

94

     Non si sentiva il doloroso felo
della madre che perde il caro agnello:
la vacca non empiea di mugli il cielo,
tornando sanza il figlio dal macello:
né per difender le membra dal gelo
muoion le fère per averne il vello:
secura agli animali era la traccia,
né per nutrirsi o per piacer si caccia.

95

     Gli uccei cantando van di ramo in ramo
sanza sospetto di rete o di lacci;
truova la starna i figli al suo richiamo,
s’avvien che gli rassegni o il conto facci.
Né sotto l’esca avièn trovato l’amo
i pesci ancora, o rezze o altri impacci.
La porpora sicura è dagli inganni:
né tigne il sangue i preziosi panni.