Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/283

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selva seconda 277

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     Securo giá non teme, anzi s’accosta
con cento code il polpo alla murena;
né serra ambo le bocche all’aligosta,
né l’aligosta morde in su la schiena
la murena, a difendersi indisposta:
né fa vendetta l’una all’altra pena.
Oggi l’un altro vince, e par che ceda
al vinto, e ’l primo vincitore ha in preda.

97

     Cosí, pien di fatica e luce, il giorno
pallida e rossa l’aurora caccia;
lei poi la notte, qual fuggendo intorno
convien che ’l giorno infin sua preda faccia;
e, mentre suona il cacciatore il corno,
vinto rimane in quest’eterna caccia:
cosí tra queste fère in mare occorre,
se si dee queste cose a quelle opporre.

98

     Teneva occulte nel ventre la terra
le triste vene in sé d’ogni metallo;
né il fèr disio i cor mortali afferra
d’oro; e non era per paura giallo,
né ferro si trovava atto alla guerra;
né col freno o col piè suona il cavallo;
né il bronzo propagava la memoria;
né sete alcuna era di mortal gloria.

99

     Nereo quieto e ciascuna sua figlia
d’Argo ancor la prim’ombra ne’ lor regni
non avièn visto pien di maraviglia,
o da remo o da vento mover legni;
né misurare il mare e i liti a miglia,
con mille altri dannosi e novi ingegni.
D’isole ancor non s’era il nome udito:
parea finissi il mondo ov’era lito.