Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/287

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selva seconda 281

112

     Quel che ’l ciel da sé mostra e la natura,
intendon sanz’aver dubbio o fatica:
né la troppo sottile e vana cura
muove la bile o adusti umor nutríca.
La nuda veritá gentile e pura
lunghe vigilie o studio non mendíca:
questa vera dolcezza e bella vede
la mente, e, qui contenta, altro non chiede.

113

     Questo felice tempo al mondo tolse
all’uom la vera sua beatitudine,
Prometeo, che troppo saper vòlse.
Dal saper troppo nasce inquietudine.
Per saper poco il van fratello sciolse
la morte poi e’ morbi in multitudine.
Troppo e poco saper la vita attrista:
ché ’l troppo e ’l poco equal dal mezzo dista.

114

     Il folle antiveder, la stolta cura
e la prosunzion del vano ingegno
il foco trasse della sua natura:
le forze estese allor fuor del suo regno.
Quinci la guerra nacque, che ancor dura,
tra gli elementi, che n’ebbono a sdegno;
triema la terra e il ciel lampeggia e piove:
ogni distemperanza di qui muove.

115

     Questo mal foco il fèr disio accese
di superar l’un l’altro gli elementi:
la trista voglia poi piú basso scese
ne’ mortal corpi e nelle umane menti:
dalla speranza ogni sua forza prese,
che soffia nel mal foco co’ sua venti.
Cosí sta il mondo ed ogni mortal vita
per guerra, che non è ancor fornita;