Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/286

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280 iv - selve d’amore

108

     Oggi il mortal ingegno pur presume
essere un ben occulto, al quale aspira:
move l’uman disio il basso acume,
né truova ove fermarlo; onde s’adira
e duolsi che la mente ha troppo lume,
quel ben presupponendo; e, se nol mira,
si duòl del poco e vede che non vede;
d’esser cieco o ’l veder perfetto chiede.

109

     Al troppo manca, e par che avanzi al poco,
men vegga il troppo, e ’l poco assai presuma;
e, come in verde legno debil foco
non splende chiar, ma gli occhi umidi affuma.
Gli uccei notturni son degli altri gioco,
cercando il sole: e l’insolita piuma
Icaro perde, se troppo alto sale,
e resta a mezzo il ciel uccel sanz’ale.

110

     Come uccel peregrin che ’l lito amato
pel freddo lassa e ’l mar volando varca,
stanco giá mezzo all’onde d’ogni lato
l’acqua sol vede e di dolor si carca;
non ramo o scoglio ferma il suo volato;
se pur l’onde solcar vede una barca,
dell’uom le mani e del mar la tempesta
teme, e dubbioso in mezzo l’onde resta:

111

     cosí se lassa il suo nativo sito
la mente, da se stessa si confonde;
se vuol cercar uno incognito lito,
dubbiosa e stanca alfin resta tra l’onde.
Allor vedeva lo ingegno spedito
quel ver ch’alle sue forze corrisponde:
né la prosunzion questo ben guasta;
voglion quant’hanno, e quel ch’intendon basta.