Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/285

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selva seconda 279

104

     Qual porpora non perde a que’ colori,
qual grana o chermisi o in lana o in seta?
qual argento, qual oro agguaglia i fiori?
Cosí menan la vita sempre lieta.
Oh dolce tempo! oh dolcissimi amori!
oh vita sempre disiosa e queta!
ché l’acceso disio mai non tormenta,
né spento il corpo languido diventa.

105

     Tant’è il disio quanto natura vuole,
e vuol quel c’ha, e quel c’ha non l’offende,
né mai d’averlo o non aver si duole;
né manca mai o maggior forza prende.
Quel, ch’oggi piace, piacer sempre suole:
non sazia, o penitenzia indrieto rende:
da se stesso s’adempie e da sé frena,
né per l’uno o per l’altro sente pena.

106

     Ogni appetito, ch’altri offenda, dorme:
ambizion non occupava i regni.
Era natura allora assai conforme
tra l’uom beato e li celesti segni.
Queste proprietá, quell’alte forme
vedevan gli occhi, vedevan gl’ingegni:
non dubbio alcun, non fatica ha il pensiero;
sanza confusion intende il vero.

107

     L’ingegno agguagliato era col disio,
la voglia colla forza dello intendere:
stavan contenti a cognoscer di Dio
la parte che ne puote l’uom comprendere:
né la prosunzion del vano e rio
nostro intelletto di piú alto ascendere;
né ricercar con tanta inutil cura
le cause che nasconde a noi natura.