Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/292

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286 iv - selve d’amore

132

     cosí drento allo specchio del mio core
si queta questo bel foco amoroso.
Ma, poi che riconosce il vano errore,
questo fèr tigre surge furioso;
e, se non giugne il ladro cacciatore,
non truova irato alcun breve riposo.
Amor, che vedi la pena e ’l periglio,
o tu mi aiuta o tu mi dà’ consiglio.

133

     Se pur la bella donna non mi rendi,
serri un placido sonno gli occhi molli:
se dormendo la veggo, tu difendi
la vita con pensieri erranti e folli.
O sonno, che col pianto ognor contendi
di prender gli occhi, spiana gli alti colli,
l’aspra via leva e boschi e sassi e fiumi,
e mostrami d’appresso i vaghi lumi.

134

     Io veggio non so che nell’ombra scura,
un foco che di cielo in terra casca,
quasi un vapore; e la sua luce pura
arriva in terra, e par che lí rinasca:
torna la fiamma in verso il cielo e dura,
sanza che novo nutrimento il pasca.
Qualche propizio nume agli occhi mostra
che presto rivedrem la donna nostra.

135

     Sento un suave venticel, che spira
dall’aurora rutilante e rossa.
Ogni animal, ch’accieca quando mira
la febea luce, credo fuggir possa.
Raddoppia i baci l’amante e sospira
che sia giá della notte ogni ombra scossa;
pien di maggior disio, con gran fatica
esce di braccio alla sua dolce amica.