Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/291

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selva seconda 285

128

     Con gran fatica drento al petto lasso
lo tengo, che non fugga con la vita:
questo gentil cosí puote star basso,
se per forza la via non gli è impedita:
come in mezzo del ciel fermarsi un sasso,
che l’uno il centro e l’altro il ciel invita:
natura ogni riposo gli disdice,
se non torna alla bella furatrice.

129

     Cosí son io una rete distesa,
la qual il legno van tien sopra l’onda:
il grave piombo, che da basso pesa,
la tira nella parte piú profonda:
alfin ciascun di lor perde l’impresa:
bagnasi il legno e ’l piombo non s’affonda:
né l’un disio né l’altro par si faccia:
la rete intanto si consuma e straccia.

130

     L’immagin bella, che nel core stampa
la bianca man, sí come fusse viva,
inganna in modo l’amorosa vampa,
che si sta seco ed è cagion ch’io viva.
Quel dolce inganno la mia vita scampa;
e, se non fussi, via con lei sen giva:
vede nel cor la sua ladra sí bella,
che si quieta e crede esser con quella.

131

     Sí come il cacciator, che i cari figli
astutamente al fèro tigre fura,
e, benché innanzi assai campo gli pigli,
la fèra, piú veloce di natura,
quasi giá il giugne e insanguina gli artigli;
ma, veggendo la sua propria figura
nello specchio ch’e’ truova in sulla rena,
crede sia ’l figlio e ’l corso suo raffrena;