Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/314

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308 vi - egloghe

     Io piango non udito il duro affanno,25
i pianti, i prieghi e le parole all’ugge:
che, se udite non son, che frutto fanno?
     Deh, come innanzi agli occhi nostri fugge,
non fugge giá davanti dal pensiero!
ché poi piú che presente il cor mi strugge.30
     Deh, non aver il cor tanto severo!
Tre lustri giá della tua casta vita
servito hai di Diana il duro impero:
     non basta questo? Or dammi qualche aita,
ninfa, che se’ sanza pietate alcuna.35
Ma, lasso a me! non è la voce udita.
     Se almen di mille udita ne fussi una!
Io so che’ versi posson, se li sente,
di cielo in terra far venir la luna.
     I versi fêron giá l’itaca gente40
in fère trasformar ne’ verdi prati:
rompono i versi il frigido serpente.
     Adunque i rozzi versi e poco ornati
daremo al vento; ed or ho visto come
saranno a lei li mia pianti portati.45
     L’aura move degli arbor l’alte chiome,
che rendon mosse un mormorio suave,
ch’empie l’aere ed i boschi del suo nome:
     se porta questo a me, non li fia grave
portar mio pianto a questa dura femmina50
per gli alti monti e per le valli cave,
     ov’abita Eco, che i mia pianti gemina:
o questo, o il vento a lei lo portin seco:
io so che ’l pianto in pietra non si semina.
     Forse ode ella vicina in qualche speco.55
Non so se sei qui presso: so ben ch’io,
fuggi dove tu vuoi, sempre son teco.
     Se ’l tuo crudo voler fussi piú pio,
s’io ti vedessi qui, s’io ti toccassi
le bianche mani e ’l tuo bel viso, o Dio!60