Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/316

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310 vi - egloghe

     Ma tu se’ sí leggiera, ch’io ho fede
che la tua levitá porria per l’acque
liquide correr sanza intigner piede.
     Ma che paura drento al cor mi nacque,100
che non facessi come fe’ Narciso,
a cui la sua bellezza troppo piacque;
     quando al bel fonte ti lavasti il viso,
poi, queta la tempesta da te mossa,
miravi nel tranquillo specchio fiso!105
     Ah mente degli amanti stolta e grossa!
Partita tu, lá corsi, non credendo
la bella effigie fussi indi remossa.
     Guardai nell’acqua, e, te non vi vedendo,
viddi me stesso; e parvemi esser tale110
da non esser ripreso, te chiedendo.
     S’io non son bianco, è il sol, né mi sta male,
sendo io pastor cosí forte e robusto:
ma dimmi: un uom, che non sia brun, che vale?
     Se pien di peli ho io le spalle e il busto,115
questo non ti dovrebbe dispiacere,
se hai, quanto bellezza, ingegno e gusto.
     Tu non sai forse quanto è il mio potere:
s’io piglio per le corna un toro bravo,
a suo dispetto in terra il fo cadere.120
     L’altrieri in uno speco oscuro e cavo
fui per cavare una coppia d’orsatti,
ove appiccando con le man m’andavo.
     Giunsi alla tana; e, poi ch’io gli ebbi tratti,
sentími l’orsa rabida e superba,125
e cominciommi a far di cattivi atti.
     Io colsi un duro ramo, e sopra l’erba
la lasciai morta, e reca’ ne la preda;
la qual, se tu vorrai, per te si serba.
     Alle braccia convien che ognun mi ceda:130
vinsi l’altrier, per la festa di Pana,
una vacca, che avea drieto la reda.