Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/317

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i - corinto 311

     Con l’arco in man certar voglio con Diana:
per premio ebbi un monton di quattro corna
col vello bianco insino a terra piana:135
     tuo fia, benché Neifil se ne scorna,
a cui son per tuo amor pur troppo ingrato:
lei per piacermi intorno ognor s’adorna.
     S’io son ricco, tu ’l sai; ché in ogni lato
sonar senti le valle del muggito140
de’ buoi, e delle pecore il belato.
     Latte ho fresco ad ognor, e nel fiorito
prato fragole colte, belle e rosse,
pallide ov’é il tuo viso colorito;
     frutte ad ogni stagion mature e grosse;145
nutrisco d’ape molte e molte milia,
né crederesti al mondo piú ne fosse;
     che fanno un mèl sí dolce, ch’assimilia
l’ambrosia ch’alcun dice pascer Giove;
né sol vince le canne di Sicilia.150
     O ninfa, se ’l mio canto non ti move,
muovati almen quello d’augei diversi
che canton con pietose voci e nòve.
     Non odi tu d’amor meco dolersi
misera Filomena, che si lagna155
d’altrui, com’io di te, ne’ dolci versi?
     Questo sol sanza sonno m’accompagna.
Ma io ti credo movere a pietate;
tu ridi, se ’l mio pianto il terren bagna.
     Dove somma bellezza e crudeltate,160
è viva morte; pur mi riconforto:
non dee sempre durar la tua beltate.
     L’altra mattina in un mio piccolo orto
andavo, e ’l sol surgente co’ sua rai
apparia giá, non ch’io ’l vedessi scorto.165
     Sonvi piantati drento alcun rosai,
a’ quai rivolsi le mia vaghe ciglie,
per quel che visto non avevo mai.