Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/32

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26 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

di lei uno ardentissimo desiderio. E, perché da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorseno per vederla mosse grande copia di lacrime. De’ quali, in quelli che prima n’avevono alcuna notizia, oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avessi superato quella bellezza che viva pareva insuperabile. In quelli che prima non la conoscevano nasceva un dolore e quasi rimordimento di non aver conosciuto sí bella cosa prima che ne fussino al tutto privati, ed allora conosciutala per averne perpetuo dolore. Si verificava veramente in lei quello che dice il nostro Petrarca:

Morte bella parea nel suo bel viso.

Essendo adunque questa tale cosí morta, tutti i fiorentini ingegni, come si conveniva in tale pubblica iattura, diversamente e’ si dolsono, chi in versi e chi in prosa, dell’acerbitá di questa morte, e si sforzorono laudarla secondo la facultá del suo ingegno, tra li quali io ancora vòlsi essere, ed accompagnare io ancora le lacrime loro con gl’infrascritti sonetti, de’ quali il primo comincia:
                                        O chiara stella, che co’ raggi tuoi.
Era notte, ed andavamo insieme parlando di questa comune iattura un carissimo mio amico ed io; e cosí parlando ed essendo il tempo molto sereno, voltando gli occhi ad una chiarissima stella, la quale verso l’occidente si vedea, di tanto splendore certamente, che non solamente di gran lunga l’altre stelle superava, ma era tanto lucida che faceva fare qualche ombra a quelli corpi che a tale luce si opponevono, ed avendone da principio ammirazione, io, vòlto a questo mio amico, dissi: — Non ce ne maravigliamo, perché l’anima di quella gentilissima o è trasformata in questa nuova stella o si è congiunta con essa. E, se questo è, non pare mirabile questo splendore; e però come fu la bellezza sua viva di gran conforto agli occhi nostri, confortiamoli al presente con la visione di questa chiarissima Stella. E, se la vista nostra è debole e frale a tanta luce, preghiamo il nume, cioè la divinitá sua, che li fortifichi, levando una parte di tanto splendore, per modo che sanza offensione degli occhi la possiamo alquanto contemplare. E per