Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/321

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ii - apollo e pan 315

     Cosí l’aurata lira, che pendea
dall’altro lato giá nel suo bel regno,65
di macero era, ed or piú non lucea.
     L’eburneo plettro giá or è di legno;
gli occhi spiravon pur un divin lume:
questo tôr non li può chi nel fe’ degno.
     Servano i biondi crini il lor costume;70
ma dove li premeva una corona
di gemme, or delle fronde del suo fiume.
     Cosí fatto pastor or canta, or suona;
or ambo le dolcezze insieme aggiunse
talor con Dafne, or con Peneo ragiona.75
     Sentillo Pan un giorno, e, poi che giunse
dov’era, disse: — Che sí ben cantassi,
pastor mai guardò armenti o vacche munse.
     E’ converria che teco un dí certassi;
ma a me iddio saria certar vergogna80
con chi osserva degli armenti i passi. —
     Cinzio pastor a lui: — Non ti bisogna
questo riguardo aver, ché la mia lira
cosí degna è come la tua zampogna.
     Se non conosci il canto, gli occhi mira. — 85
Conobbe Pan colui, che adora Delo,
per lo splendor che da’ santi occhi spira
     — Ed or con molto piú ardente zelo
canto — disse — colui che Arcadia venera,
piú che ciascun abitator del cielo. — 90
     E Delio: — Questo in me gran piacere genera:
contento son. — Cosí ciascun s’assise
sopra l’erba fiorita, verde e tenera.
     All’ombra di Siringa Pan si mise,
che dello antico amor pur si ricorda:95
ella si mosse e quasi al canto arrise.
     Tempera e scorre allor ciascuna corda
Apollo all’ombra del suo lauro santo:
Pan le congiunte sue zampogne accorda.