Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/322

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316 vi - egloghe

CANTO D’APOLLO


     O bella ninfa, ch’io chiamai giá tanto100
sotto quel vecchio faggio in valle ombrosa,
né tu degnasti udire il nostro canto;
     deh non tener la bella faccia ascosa,
se gli arditi desir giá non son folli
a voler recitar sí alta cosa.105
     Io te ne priego per gli erbosi colli,
per le grate ombre e pe’ surgenti fonti,
c’hanno i candidi piè tuoi spesso molli;
     per gli alti gioghi degli alpestri monti,
per le leggiadre tue bellezze oneste,110
per gli occhi, i quai col Sol talora affronti;
     per la candida tunica, che veste
l’eburnee membra tue, pe’ capei biondi,
per l’erbe liete dal piè scalzo pèste;
     per gli antri ombrosi, ove talor t’ascondi,115
pel tuo bell’arco, il qual se fussi d’oro,
paresti Delia tra le verdi frondi;
     ninfa, ricorda a me che versi fôro
cantati dalli dèi, perché convenne
ciascuna ninfa per udir costoro.120

     Peneo il corso rapido ritenne,
misson gli armenti il pascere in oblio,
troncò il canto agli uccei le leggier penne.
     I fauni per onor del loro dio,
ciascun satiro venne a quel concento,125
fermossi delle fronde il mormorio.
     Pan dette allora i dolci versi al vento.