Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/96

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90 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

occhi dovevano fuggire lo aspetto della donna mia come cosa mortale, e, seguitando pure il cammino per vederla, era necessario che giustificassino se desiderio o sorte menassino gli occhi miei, desiderando loro e temendo una medesima cosa. Ed in questo desiderio e timore si mostra la mistione sopradetta della amaritudine colla dolcezza, perché il timore presuppone l’amaritudine, e il desiderio la dolcezza. Dice «disio» o «sorte», perché gli uomini qualche volta sono mossi da uno proprio e naturale desiderio, qualche volta sforzati quasi dal destino, perché si legge: «Fata volentem ducunt, nolentem trahunt»; e per sperienzia spesse volte si vede gli uomini per elezione fare molte cose contro alla propria volontá. Qual disio adunque o qual sorte muove il passo lento e raro; ed in questi due epiteti del passo si mostra a un tempo e voglia e timore nello andare; perché se fusse voglia sanza timore, il passo sarebbe presto ed espedito, se fusse timore sanza voglia, non sarebbe il passo né alcuno movimento verso quella cosa che si temessi. Perché il timore di natura fa fuggire, conciosiaché quello che si teme si ha in odio, e quello che si ha in odio si fugge. A questo obietto rispondono gli occhi, mostrando la cagione del timore essere molto naturale, conciosiacosaché per natura ciascuno teme la morte: la cagione dello andare pure innanzi essere Amore, il quale non per alcuna naturale ragione, ma mirabilmente fa parere suave nelli amanti quello che in tutti gli altri è amaro e durissimo. E veramente è detto mirabilmente, perché mirabile è ogni cosa la quale è contro all’ordine della natura; né potrebbe essere piú opposito all’ordine di natura, quanto è il desiderio della morte, de’ pianti e de’ sospiri e dell’altre amorose passioni. Concluderemo per questo gli amanti essere di tutti gli uomini miserrimi, non solamente per una sorte comune, come abbiamo detto aver tutte le cose umane, per aver sempre la mistione del male, ma ancora per una particulare cagione: che gli amanti non hanno mai bene alcuno, né per proprietá, come l’altre cose, né per participazione; conciosiacosaché le maggiori dolcezze amorose non pare che consistino in altro che in quello che gli altri uomini chiamano «sommo male». Pure è assai agli amanti