Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/102

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lucifero

Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti
Scoppiâro a un tempo e con tutt’ira i venti.
Balzò dagli antri della terra un vasto
Sanguinoso fantasma; in tortuose
100Spire ondeggiando e palpitando sparse
Per li nordici campi orrido il crine,
Tinse il cielo di sangue, e in fiammeggianti
Cerchi gl’impauriti astri costrinse.
Guardò l’eroe senza sgomento al petto
105La boreal meteora, e alle stupite
Genti, che su la tolda erano accorse
A mirar tanto caso, e di paura
Avean gelido il core e verde il viso,
Insegnò, come seppe, in dir cortese
110Il magnetico evento; allor che sorto
Da le funi riposte, ove grand’ora
Scialbo e sparuto era rimasto assiso
Certo frate Iginaldo, in modo strano
Trampolando sui piè, sciolse la lingua
115Ai soliti sermoni. Era costui
Un fil d’omo sottil, ferreo, ricurvo,
Pallido come cece, istrice al crine,
Falco allo sguardo: un subbio benedetto,
A cui tutta ravvolta era la trama,
120Che ordita avea con fine arte il Lojola.
Corsa gran parte avea d’Asia; pescato
Con la rete di Pietro alme e moneta
Per la sposa di Cristo, e al franco lido
Quinci movea per sovvenir le afflitte
125Dai novelli cimenti anime pie.
Di Lucifero il detto e il paventoso
Mormorar della ciurma, a quella strana
Apparenza di cielo, ei tosto accolse
Nelle vigili orecchie, e tolto il destro
130Di fulminar con la parola audace



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