Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/119

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canto settimo

― Quanto devo all’amore, egli dicea,
Quanto alla tua pietosa anima io devo,
O mia buona Isolina! Agli occhi miei
75Cangiato è il mondo; di mai visti fiori
Mi sorride la terra; una lucente,
Indefinita regíon di sogni
Mi si schiude al pensiero, e la più bella
Delle speranze mie m’albeggia in core.
80Altr’uom son fatto. Ombre funeste e gravi
Tedj, e incessante fluttuar d’ignoti
Dubbj e fallace illusíon di sensi
Mi sembrava la vita: inutil gioco
Di crudeli potenze, agli occhi occulte,
85Ma paventate qual visibil cosa
Dalla paura onniveggente. In mano
D’un folle iddio balzar vidi la terra
Qual giocattolo frale; ai sanguinosi
Ludi, alle prede con ferin costume
90Correr le schiatte dei mortali; eterno
Gravar su le ribelli anime il piede
La matrigna Natura; e tra le spire
Di velenosi abbracciamenti, indarno
Tender la moribonda Arte a le stelle.
95Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco
Occhio dell’uomo m’involai; coi morti
Vissi, e vaghezza d’ogni morta cosa
Ebbi così, che i miei giorni infelici
Sol ne la speme della morte amai.
100Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo
A me d’intorno, entro al mio cor, nè trovo
Me stesso in me: caro portento è questo
Ch’io sol devo all’amor! —
                                 Nelle tremanti
Mani, in tal dir, chiudea quella pensosa
105Picciola testa d’angeletta, e lunghe



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