Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/137

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canto ottavo

Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
Far tue vendette con l’oprar suo fello:
85Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
Predica in piazza, e traffica in bordello;
Sovrani, che saran servi al più destro,
Catoni da polenta, o da capestro! —

    Disse, e ridendo un cotal riso altero,
90Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
E ratto s’involò come il pensiero
Dove il nembo di morte era più folto.
Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
Girò lo sguardo, in tetri dubbj avvolto,
95Quando tra l’armi e il fumo e i morti e l’ira
Nuova vision, nuovo portento ei mira.

    Cheta pe’l mar d’Atlante irto di scogli
L’isola illustre al suo sguardo apparío,
Splendida del fulgor di mille sogli,
100Riverita sì come ara d’un dio:
Ivi, fiaccati a’ Re l’ire e gli orgogli,
La fortuna posò del suo gran Zio,
Simile al Sol, che dall’eteree tende
In grembo all’oceàn placido scende.

    105— Salve, allora esclamò l’alma dubbiosa,
E consolata al ciel la fronte eresse;
Han pur luce i tramonti, e gloriosa
Voce di fama han le catene istesse! —
Tal disse, e alla guaína disdegnosa
110L’acre acciaro con man lenta concesse.
Un’orribile voce allor fu udita:
Reso è l’imperator, Francia è tradita!

    — Chi di resa parlò? L’empia parola
Chi proferì? Parola infame è questa!



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